Il regime siriano tra carenza e indipendenza

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Mi ero ripromesso di, quantomeno, fare il tentativo di scrivere post quanto più originali possibili, senza ripostare o commentare materiale altrui. Però, visto che il tempo per scrivere (in Italiano) è sempre abbastanza poco – come l’assenza di vita su questo sito per un bel po’ di tempo credo dimostri – penso sia il caso di fare un’eccezione e postare qui un articolo pubblicato venerdì scorso da uno dei migliori giornalisti italiani di esteri, Daniele Raineri, probabilmente una delle analisi migliori mai scritte, in Italiano, sul conflitto siriano, consultabile qui.

Il nocciolo della questione, ed in realtà la vera chiave di volta strategica dell’intero conflitto siriano, è la carenza cronica di soldati, ed è proprio questa carenza strutturale che continua a spingere il regime ad utilizzare le armi chimiche. Nell’articolo è spiegato benissimo: “E’ vero che Assad sta vincendo la guerra e l’esito è ormai scontato, ma ha ancora molte battaglie davanti. E soffre di un problema enorme: la mancanza di soldati… sette anni di guerra civile hanno ridotto l’esercito siriano all’ombra di quello che era prima – tra perdite, ammutinamenti e diserzioni.

Nel 2015, Bashar ammise chiaramente questo problema, ed è questo il principale prisma per capire la necessità strategica del regime siriano di mettersi nelle mani dei russi e degli iraniani. Che certamente sono alleati, ma non benefattori disinteressati, e che già stanno battendo cassa da un po’: i russi nel settore energetico e del turismo (ebbene si, i russi vogliono investire sulla costa mediterranea siriana per creare strutture dove mandare la classe media russa in vacanza), gli iraniani in quello delle costruzioni, delle telecomunicazioni e dell’istruzione, con l’IRGC che vede nella Siria una possibile ‘colonia per investimenti’.

In questo contesto, c’è un particolare che in molti tendono a dimenticare: il regime siriano, sia ai tempi di Assad padre, sia dopo il 2000 e l’avvento al potere del figlio, non ha mai amato i diktat esterni, fossero essi dei sovietici, del nemico americano, o finanche dello stretto alleato khomeinista. In tal senso, paradossalmente, l’utilizzo delle armi chimiche può essere visto come un modo per diminuire la dipendenza da questi alleati sempre più esigenti: più territorio Bashar riprende senza dover contare su aerei russi e milizie sciite di varie nazionalità dislocate in giro e coordinate dall’Iran, più libertà di manovra politica manterrà quando la guerra finirà.

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