Sahel, Francia, Russia: fatica, vuoti e opportunità

Ho scritto recentemente due pezzi, in realtà parte della stessa logica analitica, su Formiche.Net, in cui ho analizzato sia i problemi francesi in Mali e, più in generale, nell’area del Sahel e di come la Russia stia provando a trarne vantaggio con un metodo già utilizzato in altri contesti, come la Siria e la Libia. Di sotto le due analisi messe in insieme.

L’annullamento della visita annuale in Mali del presidente francese Emmanuel Macron, formalmente dovuta ai problemi creati dalla variante Omicron del Covid-19, si inserisce in realtà in un quadro di graduale deterioramento delle relazioni con il potere di Bamako su svariati dossier, dalla sicurezza regionale alle elezioni, dal dialogo con le forze jihadiste alla presenza dei mercenari russi. Più in generale, nell’ultimo periodo, Parigi ha incontrato una serie di difficolta nel rapporto con molti attori regionali, come ad esempio dimostrato dalla visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Algeria ad inizio dicembre.

Da un lato, c’è un certo malessere francese nel gestire le relazioni con il “potere golpista” di Bamako. Dall’altro, vi è stato un problema di formula diplomatica: Parigi voleva che all’incontro partecipassero anche Mana Akufo-Addo, il presidente in carica della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, e Mahamat Idriss Deby Itno, il presidente ciadiano e attuale presidente in carica del G5 saheliano.

Per Parigi la loro presenza all’incontro era fondamentale perché questi due attori sono considerati indispensabili per le attività di antiterrorismo, problema che resta al centro dell’agenda strategica regionale. Per il Mali invece questo passaggio era considerato superfluo e le autorità di Bamako volevano un incontro puramente bilaterale. Inoltre questa frizione con la Francia arriva in un momento in cui le relazioni tra il Mali e la Cedeao restano particolarmente complicate, dopo che l’organizzazione ha ribadito la necessità per Bamako di andare ad elezioni nel Febbraio 2022, preoccupazione che anche la Francia sostiene.

In Mali però la Francia ha anche altri problemi. Le operazioni Serval e Barkhane hanno certamente raggiunto alcuni obiettivi: in primis, l’intervento militare francese nel 2013 ha evitato lo sfondamento delle forze jihadiste verso sud in Mali, bloccando il tentativo di arrivare a Bamako.

Inoltre, negli anni, la Francia e i suoi alleati sul terreno hanno ucciso alcuni dei principali leader jihadisti, ad Abou Zeid all’emiro di Aqim Abdelmalek Droukdel, da Jamal Okacha, leader di Aqim nel Sahel e teorico del “jihad rurale” per i marginalizzati che tanta breccia ha fatto nelle comunità locali saheliano, allo storico leader del Jihad nordafricano sin dai tempi dell’Afghanistan, il tunisino Abu Iyad, fino ad arrivare alla più recente uccisione del leader dello Stato Islamico nel Grande Sahara ed ex numero due di Mokthar Belmokhtar ai tempi di Al Mourabitun, Abu-Walid Al-Sahrawi.

Probabilmente, però, il rapporto costi/benefici di tali missioni non è considerato particolarmente positivo da parte di Parigi, a dimostrazione che l’uccisione dei leader dei gruppi qaedisti non necessariamente significa la fine dell’organizzazione, ma semplicemente un suo cambiamento.

Nel corso degli ultimi anni, Aqim ha consolidato la propria presenza in questo spazio, in particolar modo tramite la creazione di Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin (Jnim – Fronte d’Appoggio all’Islam e i Musulmani) nel 2017, completando in maniera definita e marcata quel processo di sahelizzazione del jihadismo algerino iniziato nel 2003, e di cui il rebranding in Al-Qaeda nel Maghreb Islamico nel 2007 ha rappresentato un passaggio essenziale.

Inoltre, la Francia ha anche subito alcuni smacchi d’immagine in questi anni, il più clamoroso di questi passaggi a vuoto è stato rappresentato dall’annuncio della morte del leader jihadisti fulani Amadou Koffa, che apparve in video dopo qualche settimana da tale annuncio.

Ma lo stesso si può dire di ciò che successe nel 2013 quando, a poca distanza dall’ annuncio della morte di Abou Zeid, fonti ciadiane e francesi rilanciarono la notizia dell’uccisione di Mokthar Belmokhtar agli inizi del 2013, prima che egli stesso smentisse tali voci riapparendo sulle scene con un doppio attacco organizzato in Niger nel maggio di quell’anno. Per la Francia, il consolidamento di tale presenza in Mali si deve allo scarso impegno delle forze locali nel combattere questi gruppi, mentre per il Mali è il segno di una scarsa efficacia dei francesi.

Inoltre la Francia continua ad avere frizioni con Bamako rispetto alla gestione politica delle relazioni con i gruppi jihadisti. Nel febbraio 2020, il poi deposto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta aveva annunciato la sua disponibilità a negoziare con i leader jihadisti attivi nel Paese, un’offerta che aveva effettivamente anche riscontrato l’interesse di JNIM, visto che il gruppo aveva risposto a marzo affermando di essere interessato a proseguire il dialogo. Questa idea del dialogo con Jnim continua ad essere sul tavolo anche oggi, dopo due colpi di stato, ed è ampiamente condivisa anche dalla società civile maliana. Per la Francia, invece, dopo che in passato c’erano state delle aperture, tale orizzonte è inaccettabile.

Quando il Keita annunciò l’intenzione di aprire un dialogo con i jihadisti maliani, Le Drian dichiarò: “Non spetta a me entrare in un dibattito specifico del Mali. È responsabilità dei maliani garantire che si svolge un dibattito inclusivo… I funzionari del Mali devono prendere le iniziative appropriate affinché possano aver luogo le riconciliazioni” ma alla fine 2020, parlando con Jeune Afrique, il presidente francese Emmanuel Macron è stato molto categorico nel dire che “con i terroristi non si parla. Si combatte” e non ha mai cambiato opinione.

La Francia non fa mistero che vuole un approccio ai problemi di sicurezza e del terrorismo regionale che sia meno oneroso per Parigi e in cui ci sia una condivisione maggiore degli oneri da parte sia degli alleati europei che regionali. Questo, però, per Parigi, si deve declinare con il desiderio di continuare a rappresentare la potenza esterna principale in un’area che la Francia continua a considerare come il proprio retroterra strategico, e trovare la quadra si sta rilevando particolarmente difficile, per svariati motivi.

Gli Stati Uniti hanno chiaramente dimostrato, anche con l’approccio remissivo in Etiopia e nonostante il recente viaggio di Antony Blinken che per loro l’Africa non è una priorità. Gli europei nonostante, gli sforzi di italiani, tedeschi e spagnoli, difficilmente possono muoversi nella regione con le stesse risorse dei francesi. L’arrivo di mille militari ciadiani in supporto della missione Onu è considerato solo un palliativo. In tutto questo, l’arrivo dei mercenari russi complica ulteriormente il quadro, e dimostra come, qualora si creino vuoti in tali paesi e frizioni tra i governi locali e i partner transatlantici, la Russia ha sia volontà e sia la capacità di trarne vantaggio.

In effetti, la Francia e altri paesi hanno apertamente accusato la Russia di interferire in Mali. Il 23 dicembre 2021, 15 paesi (oltre la Francia, il Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Regno Unito) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si condanna fermamente “il dispiegamento di truppe mercenarie sul territorio del Mali”, sottolineando che questo dispiegamento “può solo peggiorare ulteriormente la situazione della sicurezza nell’Africa occidentale, portare ad un aggravamento della situazione dei diritti umani in Mali [e] minacciare l’accordo per la pace e la riconciliazione in Mali”.

I firmatari si sono rammaricati di come il governo maliano abbia deciso di utilizzare i fondi pubblici già di per sé scarsi per “pagare mercenari stranieri invece di sostenere le forze armate e i servizi pubblici del paese a beneficio del popolo maliano”. Nella dichiarazione, i 15 Paesi si rivolgono direttamente a Mosca, affermando di essere consapevoli del “coinvolgimento del governo della Federazione Russa nel fornire supporto materiale allo spiegamento del gruppo Wagner in Mali” invitando al contempo la Russia a tornare ad avere “un comportamento responsabile e costruttivo”. Questa è una delle prime prese di posizioni ufficiali rispetto al coinvolgimento di Wagner nei paese saheliano, questione in realtà sul tavolo già da alcuni mesi.

Nel corso degli ultimi anni, la Russia è tornata ad essere attiva nel continente africano. Dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991, la Federazione Russa perse gran parte dell’influenza costruita sul continente ai tempi della Guerra Fredda, chiudendo nove ambasciate, tre consolati e diverse missioni e programmi di cooperazione.

A partire dalla metà degli anni 2000, tuttavia, la politica regionale della Russia ha iniziato a cambiare, seguendo il trend più generale del ritorno della Russia sulla scacchiere internazionale. È successo quando il Presidente Vladimir Putin è riuscito ricostruire, quantomeno parzialmente, la “Verticale” di potere interno che si era erosa negli anni ’90 e che aveva portato la federazione sull’orlo del collasso finanziario, esemplificata dalla crisi del rublo del 1998 e geopolitico, con le spinte centripete dei governatori regionali eletti e quindi sempre meno dipendenti da Mosca e la minaccia del terrorismo e del separatismo ai margini del Paese. Tale interesse per l’Africa si è poi sublimato nel vertice Russia-Africa, tenutosi a Sochi dal 23 al 24 ottobre 2019, un evento fondamentale che ha dimostrato la determinazione della Russia nell’essere un attore rilevante nel continente.

Lo scoppio della crisi ucraina nel 2014 ha dato nuovo impulso alla proiezione esterna della Russia. Questo è un passaggio importante da sottolineare, per una serie di motivi: la proiezione esterna russa in scenari non necessariamente prossimi da un punto di vista geografico ha spesso e volentieri legami con i problemi di sicurezza nel proprio “estero vicino”. Non è un caso che, dopo il 2014, la Russia abbia rafforzato la propria presenza in vari teatri lontani, come la Siria, la Libia e l’Africa sub-sahariana. La presenza e l’influenza russa in questi spazi è, tra le altre cose, funzionale al mettere pressione agli Stati Uniti e i Paesi dell’Unione Europea rispetto a dinamiche che interessano la Russia nelle sue immediate vicinanze.

La Russia in Africa ha una serie di vantaggi comparati rispetto alla proiezione di altri Paesi. Chiaramente, Mosca non ha la forza economica americana, cinese, europea o dei paesi arabi del Golfo. Ma riesce ad ovviare con altri metodi. Da un lato, non soffre come nel caso europeo, del peso del colonialismo: non è percepita come una potenza coloniale, come invece lo sono i Paesi europei, e non è percepita come una potenza imperiale, come possono esserlo gli Stati Uniti.

Data la relativa debolezza economica della Russia, un altro vantaggio competitivo del Cremlino è rappresentato dalle proprie capacità nel settore della cooperazione tecnico-militare. Nel perseguimento dei suoi obiettivi in Africa, la Russia fa quindi affidamento sulla cooperazione tecnico-militare e sui meccanismi di “esportazione di sicurezza” come suoi principali vantaggi competitivi con accordi di armi/armi, formazione e consulenza

Il caso dei mercenari di Wagner è particolarmente interessante perché le compagnie militari private sono entità che sono de jure vietate in Russia ma che nel corso degli ultimi anni sono state coinvolte in conflitti in Ucraina, Siria e Libia, dove hanno acquisito un’immagine di forza ed efficienza. Per Mosca, il gioco è relativamente semplice, è spesso win-win: queste forze mercenarie non possono essere ricondotte politicamente e diplomaticamente a Mosca ma rappresentano inevitabilmente uno strumento di influenza. Inoltre i soldi che ricevono supportano la rete di potere legata al Presidente Putin, al tempo stesso evitando costosi interventi con forze militari convenzionali, che la Russia avrebbe difficoltà a supportare, particolarmente in teatri lontani.

Ad ogni modo, in Mali la Russia non è arrivata recentemente, ha invece una base storica consolidata. Durante la Guerra Fredda, l’ursa è stata uno dei principali sostenitori del Paese, aiutando il Mali attraverso progetti infrastrutturali su larga scala (impianti per l’estrazione dell’oro e per la produzione di cemento) e assistenza tecnico-militare. Quest’ultimo passaggio, sebbene inevitabilmente indebolito, non si è esaurito del tutto dopo la fine dell’Urss.

Nel 2003, i due Paesi hanno formato un gruppo intergovernativo sulla cooperazione tecnico-militare, mentre nel 2009 è nato un gruppo di lavoro congiunto sulla lotta al terrorismo. Nel 2012 hanno concluso il loro primo contratto sulla consegna di armi. Successivamente, nel 2016, il governo del Mali si è rivolto apertamente al Cremlino, chiedendo supporto tecnico-militare e assistenza nella lotta a terrorismo, in particolamente modo nelle regioni al Nord. Molte delle armi degli arsenali maliani sono di origine sovietica, e molti militari e leader maliani hanno studiato/si sono formati in Russia o nell’Urss. I legami, quindi, esistono da tanto.

Per la Russia, avere una presenza in Mali risponde diverse logiche. Questa presenza serve a combattere il terrorismo jihadista, da sempre problema considerato una minaccia globale per Mosca. Ma anche a trovare un mercato per la propria industria della sicurezza, sia legale che para e/o illegale.

Inoltre, la presenza in Mali ha anche un valore geopolitico più ampio, in particolare rispetto ai problemi della vicina Guinea, Paese che per la Russia è fondamentale, dato il peso che Conakry ha rispetto all’importazione russa di bauxite. Da un punto di vista più complessivo, invece, la presenza di Wagner si innesta nella logica di sfruttare i vuoti lasciati da altri – non è un caso che si sia iniziato a parlare di accordi Mali-Wagner quando la Francia ha fatto sapere di voler ridurre il proprio ruolo nelle questioni di sicurezza – per ottenere vantaggi in altri teatri, con interventi che sono percepiti come particolarmente efficienti da un punto di vista di costi e vantaggi. Esattamente come è successo in Siria e in Libia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...